Pur considerando una grande variabilità di reazioni individuali in rapporto alla propria sensibilità, emotività e livello culturale, la comunicazione di una diagnosi di cancro genera sempre uno sconvolgente stress emotivo.
È spontaneo, in questa occasione, che la persona cerchi una figura medica capace di aiutarla nella comprensione della malattia, del suo stadio clinico, delle cure per poterla controllare e guarire. In genere questa figura professionale può essere rappresentata, all’inizio dal medico di famiglia che ha consigliato gli esami utili per la diagnosi e, successivamente, dall’oncologo (o il team medico multidisciplinare) che ha redatto la diagnosi clinica.
Tuttavia poiché l’oncologia è una materia molto vasta e in continua evoluzione e, quindi, vi sono oncologi con esperienza specifica nelle differenti malattie neoplastiche, così come strutture sanitarie dedicate, a fronte di situazioni diagnosticamente complesse, sarà probabilmente l’oncologo stesso a suggerire l’opportunità di ottenere una “second opinion” il più qualificata e aggiornata possibile.
Se però così non fosse, è ragionevole che sia il paziente stesso a sollevare questa possibilità.
di Vittorio Mattioli, MD